Tasi, un rompicapo per 15 milioni di proprietari (e 2 di inquilini)

L’acconto della Tasi che scade il 16 ottobre è caratterizzato dai grandi numeri. A chiamare i contribuenti al pagamento, dopo le tante incertezze che hanno costellato il cammino del nuovo tributo nel corso del 2014, è circa il 64% dei Comuni, una lunga lista in cui figurano anche le principali città, da Roma a Milano. Risultato: la ridda di calcoli e di moduli, che oltre ai contribuenti impegna commercialisti e centri di assistenza fiscale, riguarderà poco meno di 15 milioni di italiani, obbligati a pagare il nuovo tributo sulla propria abitazione principale: in molti di questi comuni, naturalmente, bisognerà armarsi di calcolatrice anche per misurare anche la Tasi dovuta su eventuali seconde case o altri immobili di proprietà.

Il 16 ottobre, insomma, si configura come il vero e proprio “Tasi day”, dopo l’antipasto che si è vissuto in 2.178 Comuni, quelli che nonostante le molte incertezze erano riusciti a decidere le aliquote del nuovo tributo in tempo per la scadenza ordinaria. Gli enti in cui le delibere sono arrivate più tardi, e dunque fanno cerchiare in rosso la data del 16 ottobre, sono invece 5.227: siccome in media l’88% dei Comuni ha applicato il tributo sull’abitazione principale, sono 4.600 le amministrazioni in cui i proprietari di questi immobili dovranno effettuare nelle prossime settimane il versamento. Solo una minoranza di questi, cioè il 36%, dovrà considerare nei conteggi anche le detrazioni, che complicano i calcoli ma rendono il carico fiscale un po’ più progressivo in rapporto al valore fiscale della casa.

Attenzione, però, perché l’abitazione principale occupa il primo posto ma non esaurisce i problemi della Tasi. Il 53% dei Comuni italiani ha infatti deciso di applicare l’imposta anche sulle abitazioni in affitto, chiamando alla cassa (o quanto meno al calcolo) anche gli inquilini. Questo capitolo interessa almeno due milioni di persone, ma sugli effetti reali del meccanismo pesano molti dubbi: il bilancio più probabile, a conti fatti, parlerà di un nuovo appuntamento tributario ad ampio raggio, ma con poche decine di milioni di euro di incassi per i bilanci pubblici.

Prima di pagare, anzitutto, occorre capire se la quota inquilini, cioè quella percentuale compresa fra il 10 e il 30% della Tasi complessiva determinata sull’immobile, apre le porte alla necessità di versamento. La disciplina fiscale, infatti, cancella l’obbligo tributario quando il conto complessivo, rappresentato dalla somma di acconto e saldo, non supera i 12 euro, anche se i comuni possono spostare questo limite nei propri regolamenti.

Questa regola finora ha interessato casi molto marginali, ma con l’arrivo della “Tasi per gli inquilini” vede estendere notevolmente il proprio raggio d’azione. Le variabili da calcolare, per capire se la Tasi annuale destinata all’inquilino supera l’importo minimo sopra il quale l’obbligo di versamento diventa effettivo, sono due: il valore fiscale dell’immobile e la quota che il comune ha deciso di far pagare all’”occupante”.

Saranno sufficienti questi due elementi per escludere dall’obbligo una parte rilevante degli inquilini. La Tasi media applicata sulle case in affitto è infatti dell’1,3 per mille, e la maggioranza degli enti, almeno stando al censimento di Confedilizia sui capoluoghi, ha scelto di destinare all’inquilino la quota minima del 10%. In queste condizioni, fino a 526 euro di rendita (cioè fino a un buon bilocale nella maggioranza dei comuni), la Tasi si ferma sotto i 12 euro. Dove l’aliquota è più bassa, ovviamente, aumenta ulteriormente la quota degli esenti. Per capirlo, comunque, occorre leggere sia la delibera sia il regolamento comunale, perché solo in quest’ultimo documento è indicato l’importo minimo che cancella l’obbligo di versamento.

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